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RASSEGNA STAMPA

OGGI 31 Maggio 1976    
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Bibliografia

 

Critica di "Marco Valsecchi" per la mostra alla galleria Schettini Milano sul quotidiano il GIORNO 1972.

Già in altra occasione ho apprezzato la pittura di Marzio Tinti come segno di singolare e autentica fantasia. Sembra creare labirinti di forme che si incrociano, esplosioni cromatiche in cui la fantasia stessa che li ha generati sembra perdervisi. Ma alla fine c'è un recupero di strutture e dimensioni liriche, che danno un senso al quel brulicare fitto: ed è il senso della dinamicità dell'esistenza, del sommovimento fantastico, delle evocazioni tumultuose della memoria. Giustamente su questo plasma inquieto, Paolo Perrone ha notato un "moto euritmico, arcano, leggiero", che meglio si manifesta quando si espande in arcate di movimenti larghi e sonori. Sembra che il flusso frenetico si ingroppi, si sblocchi in fitti mulinelli sempre più densi; ma ciò avviene per l'accelerarsi di una concentrazione emotiva, che finisce per liberarsi in un improvviso deflusso di accesa luminosità: e allora vince il colore, lo sbandierare festoso dei gialli, dei rossi, degli azzurri puri e esaltati.

 

MARCO VALSECCHI

 

 

Galleria del Naviglio Maggio-Giugno 1976 Presentazione Critica Giancarlo Vigorelli

 

La prima mostra di Marzio Tinti risale al 1964. Ma non basta, io credo, seguire soltanto le tappe del suo lavoro per inquadrarlo ed accreditarlo nei suoi risultati pittorici; occorrerebbe conoscere di più a fondo la sua vita per dare più esatte radici alla sua arte. C'è qualcosa di leggendario, infatti, per quel che ne so, nell'arco della sua vita, viaggi, avventure, esperienze molteplici, forse salutarmente contradditorie. Lungo questi viaggi, dalla Svezia all'Irak, e durante prolungati in Sicilia, dal 66 al 70, con soste dure ma incantevoli a Ustica e a Vulcano, senz'altro; la sua pittura la sua pittura cercava ed ha trovato terreni d'incontro o di scontro; senza volerne dedurre, tuttavia, che la sua pittura sia una trascrizione - se mai è una traslazione - autobiografica. Prima di prendere visione di questi ultimi quadri esposti da Cardazzo - che segnano, va detto subito, una svolta capitale che quasi capovolge le prove precedenti -, sarebbe necessario tentare un bilancio, quanto meno un esame a ritroso, di oltre dieci anni di lavoro, sia per individuarne le radici, sia e soprattutto per registrarne le progressioni, e direi, l'inattesa novità. Nessuno, è figlio di nessuno; e nelle lontane prove di Tinti non si stentavano a decifrare incrociati apporti dal futurismo ( quasi più dal secondo che dal primo) e dal raggiamo. Non si trattava, forse, di ricalchi diretti, ma contaminate citazioni; l'accesso spesso eccedente policromismo, rivelava persino sgargianti discendenze espressionistiche, con una ruota di rossi, di violetti. Di gialli, di arancioni; e, senza volere ancora troppo giocare sugli ismi, si potevano inoltre recepire alcune soluzioni improntate tanto al cubismo quanto a certo surrealismo ( a volumi, a spirali). Insomma, il Tinti, con alterne ricerche ed esperienze, cercava di situarsi, a suo modo, a volte con ingenuità ma sempre con ostinazione, nel solco delle risultanze maggiori dell'arte contemporanea. La figura, intanto, andava allontanandosi dal suo spazio, tranne in alcuni studi di figura, di calco cubista nonostante soggiacente sfericità, che quasi tradiscono più una parentela, involontaria o voluta, con la scultura - e stranamente, infatti, non certo per istituire un rapporto e meno ancora un confronto tra due forze artistiche che si ignorano, quegli studi di figura mi richiamano alla mente altrettanti studi di un autentico scultore russo, ora esule, Ernest Neizvestnij, anche lui di strutture cubiste ma con viluppi circolatori concentrici. La figura retrocedeva, e venivano avanti le forme, pure forme. Come a dire, quasi, che alla forma dell'uomo si sostituiva la forma del caos: dall'antropologia, Tinti retrocedeva - ma per dare all'uomo il suo netto retroterra, il suo primario fondo - alla geologia. Ricordiamo anche alcuni titoli di taluni quadri del ' 70 e oltre, " materia in evoluzione", " ricerca nello spazio", " nucleo in movimento", concezione cosmica", che sono titoli era il futurismo e spazialismo, ma che scoprono e dichiarano in più nel Tinti una volontà di interrogarsi, e di interrogarci, sulla natura rerum, sulle forme e sui segreti del cosmo, sulle stratificazioni della terra forse per leggervi l'evoluzione dell'Uomo. Qui Valsecchi aveva visto giusto: Tinti, diceva, " sembra creare labirinti di forme che si incrociano, esplorazioni cromatiche in cui la fantasia stessa che gli ha generati sembra perdervisi. Ma alla fine c'è un recupero di strutture e dimensioni liriche, che danno un senso a quel brulicare fitto: ed è il senso della dinamicità dell'esistenza, del sommovimento fantastico, delle evocazioni tumultuose della memoria…". Ma, allora Valsecchi indicava, dalle intenzioni ai risultati, quel suo appoggiarsi, addirittura distendersi e rovesciarsi su una grondante clamorosità di colori; e parlava di accesa luminosità", di " sbandierare festoso dei gialli, dei rossi, degli azzurri puri ed esaltati". Oggi invece in questa mostra che segna un salto di qualità nella pittura di Tinti, quei colori aggressivi sono scomparsi; quel che più conta, è scomparsa la spesso scomposta " volontà" e rappresentazione" del mondo, per rubare il titolo di Schopenhaer. Sino a ieri, era la spasmodica ricerca, dentro il caos, di un ordine, spirituale ancor prima che artistico: ora, in questi ultimi quadri a colori non spenti ma depositi e filtrati, di tumulti, di clamorosi, di orgie non c'è più alcuna traccia. Se la sua era una pittura di sconvolte, adesso è divenuta una pittura, non soltanto di forme assestate, placate, ma di forme già coinvolte, centrate su un ritrovato " ordine" dell'io e della Natura. Nel verticismo di ieri si riscontrava, ad assolverlo, un suo vitalismo, più smanioso che operoso ed operante: in parole più chiare, pareva che Tinti girasse attorno alla torre della sua pittura, senza entrarvi, e recalcitrando, o entrando a testa bassa, furiosamente e un po' ciecamente. Oggi è il contrario. Quasi senza avvedersene, cioè con giusta fatica ma senza più sforzi e forzature, è entrato, la sua pittura. Con misura, con grazia. Forse, i labirinti, ieri, lo attiravano ma insieme lo atterrivano: oggi lo seducono, vi si aggira come in una landa traslucida, abbandonatamente scende perdutamente in quei coni di luce piana, si avviluppa e si annoda magneticamente in quei grovigli vegetali, e si libra infine da quei cumuli celesti, a colori miti, di farfalle enigmatiche, di larve germinanti - roses ouvertes,/ divines pertes/.

 

Giancarlo Vigorelli

 

 

Galleria del Naviglio Presenta Pitture di Marzio Tinti Novembre - Dicembre 1979 Auto presentazione

Tornare ad esporre alla galleria del Naviglio è per me fonte di sincera emozione e non si tratta di un sentimento simulato: questa galleria, infatti, che opera nel centro di Milano, con criteri selettivi volti verso le forme più moderne e originali della ricerca estetica, è divenuta un po' la mia Itaca, l'approdo più importante per la mia professionalità di pittore. Ho lasciato questa galleria nel giugno 1976, dopo una personale che riscosse il consenso di un pubblico e di una critica severa e competente. Vi torno oggi dopo tre anni di intenso lavoro, di vagabondaggio nei mari della ricerca e della fantasia e spero di presentare opere più piene, frutto di un'ulteriore maturazione. Vi torno uguale e diverso: uguale perché la mia tavolozza racchiude gli stessi colori di allora, diverso perché l'animo umano, come le cose dell'universo, non possono essere immote e sterili, perché il fermento del tempo che passa ci dona ogni giorno nuove rivelazioni, forse appena percettibili, ma estremamente determinanti. Se riguardo le opere precedenti e le confronto con i lavori che presento oggi, scopro di avere rianimato forme già pervase di un loro pulsante movimento, ma che non erompono ancora dinamica e volumi importanti. I corpuscoli tenuemente policromi del mio mondo pittorico sono levitati, hanno preso corpo: immagini che richiamano nettamente il figurativo si levano, nelle tele che saranno esposte in questa mostra, dal magma cosmico delle mie precedenti composizioni. E' come se una forza superiore al mio cosciente dipingere mi avesse spinto a dar vita, in un ciclo continuo e vitale, a esseri pseudomitologici, che vagheggiano nel vuoto cromatico degli spazzi di sfondo, quasi a testimoniare il fatale germogliare di qualsiasi materia anche di quella la più profondamente inventata.

Milano, novembre

Marzio Tinti

 

 

Critica scritta da Pier Carlo Santini nel 1984

 

Il mondo del visibile, già così immenso nei suoi aspetti e confini fisici tradizionali, s'è smisuratamente dilatato da quando le strumentazioni ottiche ed elettroniche più diverse ci hanno consentito di guardare oltre la facciata del percettibile immediato. La scienza che per un verso ha dissipato dubbi errori e misteri, restringendo il regno della fantasia, per un altro ha fornito straordinari mezzi rivelatori del macro e del microcosmo, consentendo esplorazioni sempre più numerose ed estese. E' difficile fino a che punto questi cospicui arricchimenti del territorio visivo abbiano influito sulle scelte tematiche degli artisti contemporanei. Ma non c'è dubbio che le tendenze volte al superamento del naturalistico, del figurale, hanno in qualche caso profittato di queste estensioni di cui dico. L'immagine del retroterra psichico, ad esempio, ha mutato elementi e identità propri del mondo strumentalmente conosciuto e rivelato. In parte almeno ciò può dirsi anche per marzio Tinti che sembra comporre le sue concrezioni magmatiche attingendo alle periferie più marginali dell'esistente. Il processo si attua con grande libertà, tanto che si può parlare propriamente di stimoli, di suggestioni, di pretesti. E sarebbe dunque inutile e ozioso, pur se talora cattivante, cercar di individuare la natura degli organismi che affollano nei suoi contesti ondosi e metamorfici. Molto meglio cercar di leggere le forme nel suo connettersi in catene e serie ascendenti, oscillanti, avvolte contratte o dilatate con andamento amebico; e soprattutto seguire l'autore nel viaggio onirico oltre le frontiere della coscienza. Le "formazioni" di Tinti non hanno ritmi costanti. Mostrano talora dei centri di irradiazione dinamica, o almeno dei nuclei emergenti; talora, quasi oppostamente, si coglie un trascorrere e un diffondersi nel campo di temi e moduli omogenei che tutto lo animano e lo riempiono; talora in fine (ma la casistica potrebbe estendersi) nascono "paesaggi" su due zone, come per un ricordo della terra e del cielo. La tentazione potrebbe essere quella di leggere questi paesaggi come stratigrafie geologiche con inclusioni di conchiglie e di fossili. Ma non potrebbero non saltare agli occhi presenze e forme incomprensibili, organismi mobili, embrioni in sviluppo. E d'altra parte non tutto può rimanere alle radici biologiche, alla mirabolante storia dell'infinitamente piccolo, alla cellula che si divide e si moltiplica, alla coltura predisposta per l'esperimento, alla matrice cava in cui il seme è fecondo di vita. Si può pensare qualche volta alla dissezione di organi interni; del cuore, dei viscere, del cervello. E insomma ipotizzare un ricorso più o meno costante a una famiglia di forme ricorrenti nella genetica universale. Non conosco Marzio Tinti di persona, se non per averlo incontrato fuggevolmente nel suo studio. E non potrei dire, quindi nulla di certo circa le sue frequentazioni culturali, che s'inducono però dalle opere, almeno per l'orientamento espressivo di base. Certo è che anche la pittura di Tinti, come ogni pittura che si radica nella contemporaneità, non nasce nell'ignoranza della storia artistica degli ultimi cinquant'anni. E' può essere perfino ovvio indicare nell'area surrealista i precedenti diretti o indiretti di questo linguaggio. Ho voluto far qualche riscontro, di proposito. E proprio così ho verificato che, compiute le scelte di massima, l'autore si è interrogato ed ha operato con piglio e spregiudicatezza, consegnandoci immagini inedite e originali. Peculiarmente suo, ad esempio, è quel senso, quasi mai abbandonato, dell'agglomerazione variamente infoltita che occupa tutto il formato, o quanto meno si addensa in zone molto vaste. Per non dire della continuità del tessuto accentuata dalla prevalenza dei toni smorzati sui quali spiccano di tanto in tanto timbri più netti e accesi. Resterebbe da identificare il significato più interno di questo accumulo di segni - simboli che, come ho avvertito, rimandano a una materia poliforme, con intrusioni e contaminazioni a cui è evidentemente, demandato di complicare la figurazione intesa come miscela di enigmi. Ciò che sfugge alla coscienza, o che è ad essi riconducibili, si manifesta qui come coacervo di essenze e di presenze, quali si affacciano alla mente e alla fantasia quando travalichiamo la frontiere del reale e del vissuto. In queste nostre fughe possiamo incontrarci con i mostri aggressivi o informi di un al di là estraniante o ignoto; non necessariamente i nostri viaggi passeranno per zone così impervie, cupe e difficili. Tinti ci suggerisce una condizione diversa: quella ad esempio di chi, affascinato dall'esistenza di un'altro mondo, ne va ipotizzando e immaginando le varie facce. Un mondo senza tempo e senza epoche, senza passato storico; un groviglio e quasi un brulichio di cose che vanno perdendo, o acquistando, una loro identità in una lontana immemorabile. Ciò che all'occhio dell'uomo può apparire informe e perfino repellente non lo è mai nell'ordine della natura e del suo divenire, come non lo è negli stadi formativi della vita che hanno ragion d'essere quanto la vita stessa. Tinti lancia il suo scandaglio in queste remote profondità, e ne raccoglie i mutevoli messaggi. Nel fissarli, egli attenua graduando il suo colore leggero con trapassi tenui e sorvegliatissimi, tanto che quello che potrebbe essere o diventare un inferno senza scampo, finisce col presentarsi ai nostri occhi come un luogo di eventi misteriosi e imponderabili, quasi un immenso laboratorio della natura.

 

Pier Carlo Santini

 

 

Mostra galleria METASTASIO DI PRATO 1984

Critica di Tommaso Paloscia sulla Nazione regionale del 1984

Gli agglomerati di Marzio Tinti.

Scrive Pier Carlo Santini che Marzio tinti " sembra comporre con creazioni magmatiche attingendo alle periferie più marginali dell'esistere ", ed è una sensazione che ha dell'immediato e tuttavia prosegue fino a condizionare l'interpretazione quando ci si accinge a una lettura più attenta di quelle "forme in. E' come se, per un evento straordinario, si avesse l'occasione di avvicinare lo stato primario della materia vivente osservando una fase del processo genetico e dei suoi primi sviluppi; l'effetto che ne deriva è di indubbio interesse anche se, proprio all'analisi, la composizione può apparire repellente per quell'assunzione sadica di aspetti formali dell'organico, ammassi come resti di intervento chirurgico nel mondo dei protozoi e ingigantiti nell'immagine. Ma a poco a poco che Tinti riesce a diradare sulla superficie la totale ossessiva presenza dell'agglomerato, ci si accorge che oltre e al di sopra delle micro soluzioni formali, esiste più e ampio complesso di forme e di spazi entro cui l'artista manovra con abile strategia di infinitamente piccolo; fino a suggerire altre e diverse sensazioni - come quelle di immagini paesaggistiche, ad esempio-dove l'occhio ritrova l'armonia che è tipica della natura osservata in superficie e non più all'interno. Allontanando quindi l'immagine riproposta in una carrellata a tutto campo, Tinti rivela gli aspetti più suggestivi e convincenti del suo mondo- cioè di un mondo da lui pensato e inventato- che in quella elaborazione mostra persino una carica di poesia, un fatto cioè che appariva impensabile nella stesura a tutta pagina.

 

 

Tommaso Paloscia.

 

 

Critica d'arte scritta nel "febbraio 1984. sulla Nazione.

 

Alla galleria Metastasio di Prato è in corso la mostra del pittore lucchese Marzio Tinti presentato in catalogo da Pier Carlo Santini. Il mondo, che Tinti osserva con occhi di uomo coinvolto negli sconvolgimenti della tecnica moderna, è un mondo indubbiamente dilatato, che va al di là dei confini tradizionali per sottendere una natura che nel futuro ci riserva, con tutta probabilità, soluzioni imponderabili" un mondo-come afferma Pier Carlo Santini-come un luogo di eventi misteriosi, quasi un immenso laboratorio della natura". Tinti è partito senz'altro da un esperienza surreale accogliendo le istanze delle ultime correnti di un certo tipo di pittura ma probabilmente è andato più in là, ha fatto un discorso-se non altro- di estrema originalità, pescando nella fantasia più libera per ammiccare ad un altro mondo che nei suoi quadri prende l'aspetto di un" agglomerato" dove strane forme in evoluzione fanno pensare a un mondo senza epoca. Levitano negli agglomerati in un tessuto di improbabili realtà appena individuabili nella loro essenza di segno-singolo. Potrebbe verificarsi la possibilità di coinvolgere l'osservatore in un mondo pieno di contraddizioni e quindi incomprensibile.

 

Franco Riccomini

 

Non Espone dal 1984 al 1997

 

Mostra alla fortezza di Montalcino patrocinata dal Comune di Montalcino (Si) Italy

Fortezza di Montalcino dal 1 al 15 ottobre 1997

 

Auto presentazione:Torno ad esporre, dopo molti anni e ciò mi crea una profonda, sincera emozione. Fra le opere che oggi presento, frutto di un'ulteriore maturazione e a prezzo di assiduo lavoro e ricerca, ve ne sono alcune, che vanno dal 1966 al 1972 ed è un modo per riepilogare il mio cammino artistico. Spero siano accolte con gradimento. Già nel 1973 realizzavo le mie opere in pittura con basso rilievo; le esposi con successo alla galleria " Del Naviglio ", in Via Manzoni, 45 Milano una fra le più importanti gallerie italiane ed europee nel 1976 e nel 1979. Ho presentato pitture in bassorilievo e collage con tecnica mista nel 1984 alla galleria "Guerrieri" di Lucca che ritengo sia stata la migliore di quel tempo in quella città; inoltre nello stesso anno esposi alla galleria " Metastasio" di Prato. Le opere in bassorilievo e tecnica mista, in seguito realizzate e che ora espongo, altro non sono che la sintesi di quello che facevo nell'ormai lontano 1973. Se riguardo le opere degli anni passati e le confronto con i lavori di oggi, scopro volumi diversi, ed è chiaro il mio cambiamento, anche introspettivo. In questi tempi ho mutato la mia stessa concezione dell'arte, tant'è vero che penso si possa usare qualsiasi materiale ( anche quel composto che non si può nominare): in poche parole la materia usata è solo il mezzo che ci permette di plasmarla e trasformarla in forme, che poi diventano arte. Sarebbe triste, se un essere pensante, in più di dieci anni non trasformasse per il suo diverso vissuto e la dovizia di ricerca almeno un poco il modo di intendere l'arte; diverrebbe inesorabilmente un manierista di se stesso. L'arte è la proiezione del proprio "Io" con l'accumulo di molteplici esperienze, e ciò permette all'artista di esprimere, infine il proprio contenuto. " Chi risolve l'Io interiore, si illumina, mentre chi non lo risolve brancola nel buio e subisce un "Io" artificiale con molteplici derivazioni plagiarie, estetiche ed etiche, spesso con l'influenza inesorabile dei "media". Nella vita non mi sono voluto condizionare dai mercanti, che non di rado impongono il tipo di pittura che tira sul mercato. Non ho certo ignorato gli apporti culturali del nostro secolo, ma non sono entrato nelle facili cricche commerciali. E' importante per chi opera in questo settore, avere una visione poliedrica dell'arte senza ignorare l'evoluzione progressiva della stessa dall'età della pietra all'epoca contemporanea, ed esprimere concetti internazionali evitando di cadere in figurazioni e linee di gusto locale, in forme ripetitive di stimoli paesani e regionali. Credo che per capire l'opera di un artista sia necessario comprendere in valori intrinseci dell'arte, questo no vale per coloro che si sono che si sono lasciati condizionare per assenza di personali risoluzioni. Per quanto concerne l'artista, ritengo essenziale che s'impegni ad esprimere senza cadere nella narrativa scenica, altrimenti farebbe bene a cambiare il mezzo di espressione, piuttosto che dipingere o scolpire. Le mie opere, per concludere, non nascono dai banchi dell'accademia, hanno bensì origine da impulsi e fermenti di idee che da sempre percorrono il mio essere.

 

Marzio Tinti

 

 

Tinti espone Alla Galleria Marchese Prato. 1999

 

Un lungo cammino lo ha riportato a Prato per esporre le sue opere scultoree: con Marzio Tinti si apre la stagione autunnale della Galleria Marchese di Prato. Questo lucchese che ha investito su un patrimonio culturale che lui stesso ha forgiato, partendo dal "primitivo" e ripercorrendo per gradi tutti i momenti dell'evoluzione storica dell'espressione artistica. Così facendo è approdato ad una poetica coerente e prepotentemente individuale, la quale, proprio perché è stata molto meditata, risulta scelta con convinzione. La nostra città offre una nuova opportunità a Marzio Tinti, stavolta nelle vesti di scultore per l'esigenza di "aggiungere alla pittura anche la materia". Infatti nel 1984 nelle sue esposizioni avvenute presso la galleria d'arte Metastasio di Prato, si parlava della sua arte pittorica, che era già entrata in una fase di sperimentazione con il bassorilievo. Dunque da oggi, giorno dell'inaugurazione, che si terrà alle 17,30 alla Galleria d'arte moderna Marchese (Via Tiepolo, 19/21) fino al 10 dicembre, sarà possibile visitare la mostra e giudicare l'universo senza tempo di Marzio Tinti.

 

Critica di Riccardo Tempestini Critico d'arte fatta sul giornale il Tirreno Esperto del " Museo Pecci" di Prato. 20/11/1999

Exhibition at "Marchese - Prato Italy

 

 

Auto presentazione per la mostra antologica di Marzio Tinti, che si tiene su internet dal Giugno 2003 al December 2010.

 

 

Il cammino percorso per arrivare a queste mie ultime opere, ebbero inizio ancor prima della mia adolescenza; consapevole dell'evoluzione storica dell'arte, partii così dai classici. Fu così che iniziai a studiare disegno presso un bottega di restauro di Lucca. Pensai subito ad esprimere dei contenuti interiori, piuttosto che raccontare scenograficamente. Prima di entrare nell'impressionismo, volli liberarmi dai residui accademici e cercai di partire dal primitivo, col suo magico, privo di condizionamenti inculcati dall'evoluzione. Ritengo, infatti, che sia meglio fare un lavoro contenutistico piuttosto che descrittivo, evitando di cadere nella solita narrativa, senza sfuggire per questo dalla storia in continuo movimento. Nel lontano 1964 esibii le mie opere alla gallery"La Lonza" a Trieste. Fu così, che avvenne il mio primo esordio e mi presentai con dei quadri post-cubisti; in seguito venne fuori la mia vera natura,"il surrealismo", che ebbe origine da uno spazialismo espressionista. Fu in questo periodo che esposi alla gallery" Schettini", a Milano nel 1972. Facevo pittura astratta quando riesposi nel medesimo luogo d'arte nel capoluogo lombardo, nel 1974. Nel 1974/1975 mi spogliai di tutti i colori vivaci e tornai alla mia vera natura il "surrealismo",questa volta introspettivo, attingendo anche dall'inconscio e da un vissuto evolutivo. Nel 1976 e nel 1979 esposi alla gallery " Del Naviglio", di Renato Cardazzo a Milano, presentandomi in queste importanti mostre che segnarono il mio cammino di artista soprattutto con una pittura rinnovata. Già nel 1974 facevo bassorilievo; evidentemente sentivo l'esigenza scultorea. La dimostrazione di questa mia asserzione, si vede dagli schizzi disegnati da me, molti anni orsono e messi a disposizione dei visitatori del sito, in questa esposizione. Nel 1995 ho cominciato ad uscire fuori il quadro e nel 1997 esposi alla fortezza di Montalcino (Si). In questa mostra su Internet, ho cercato di proseguire il mio discorso iniziato nel 1974 nell'unica città Italiana che possa ritenersi europea e internazionale, Milano. So bene che molti si sono espressi nel dire che " quasi tutto è stato detto" in questo secolo e quindi c'è poco di nuovo da esprimere. L'essere umano è un'entità unica e sicuramente, nel proprio inconscio e conscio, possiede dei valori ancora da scoprire: questa è la mia personale convinzione e spero non solo mia. Credo che ci sia ancora lo spazio per innovazioni, visto la natura umana si è sempre evoluta nonostante le contraddizioni che a volte si sono venute a creare in questi millenni. Per una generazione intera sono rimasto fuori il giro delle gallery d'arte, ma la mia assenza dalle scene culturali non mi ha fatto smettere le possibilità di ricerca e nuove espressioni artistiche. Credo di avere raffinato la mia creatività, ed è quello che conta e, penso di non avere subito l'influenza dei giri speculativi. Un artista, quando si pone davanti alla sua opera per fare arte, porta seco tutta l'evoluzione genetica e anche quella acquisita storicamente. Grazie alla reminiscenza non lo fa lavorare mai in solitudine e fa suo quanto acquisito; aggiungendo un altro mattone alla costruzione dell'evoluzione della specie umana. La mia natura è un po' steofita e, finché questa sarà la mia convinzione, lotterò per le mie idee. Questo avviene da sempre, per come è conformato il mio modo di essere, e spero di mantenere la medesima caratteristica anche per il futuro. Per la prima volta espongo su internet, questo é un modo moderno per farsi conoscere e venire a sapere di altre idee e da la possibilità di collegarsi in tutto il mondo. Credo che per capire l'arte sia necessario conoscere il percorso storico dall'epoca della pietra al periodo contemporaneo. Gli uomini primitivi, non conoscendo il disegno facevano dei geroglifici, tanto è vero che si sono trovate delle testimonianze dove vissero i primi uomini. Col passare del tempo dai segni passarono al disegno e raffigurarono quello che avevano visto o quello che gli sembrò di avere capito e visto, e fu che dai segni passarono alla grafica. Si arrivò al periodo paleolitico, dove, dato che l'uomo ebbe scoperto gli utensili, si cominciò ad incidere il legno e usare anche le terre per fare le pitture. Il miglioramento fu lento ma progressivo e ci fu un'evoluzione nell'espressione. La storia, andò avanti e si arrivò al Medio evo, poi al Rinascimento e, grazie al Brunelleschi ed il sommo Leonardo da Vinci, si raggiunse la conoscenza prospettica e delle proporzioni. Dopo il Rinascimento si entrò in un decadimento profondo, giacché la figurazione era espressa con super decorazioni; ma con l'avvento dell'impressionismo l'arte riuscì anche a dare un'impressione di sensazioni molteplici. Cezanne cominciò ad entrare dentro i contenuti ed ecco il (post cubismo); credo che quel periodo fu un momento importante, dato che si volevano esprimere valori intimi, anziché valori esteriori, e si entrò così nell'arte moderna. P.Picasso capì il mutamento di Cezanne e fu così che sorse in seguito il cubismo facendo entrare l'arte nel modernismo. Prima si cercava la perfezione della forma, mentre adesso é divenuto importante esprimere dei contenuti intimi attingendo anche dall'inconscio. Voglio aggiungere anche che gli antichi Greci studiavano i valori interiori, mentre oggi si ricercano i valori esteriori e tutto questo andava bene fino a quando le nuove tecnologie cominciarono a condizionare il pensiero e il gusto estetico; come gli status symbol e sex symbol con la musica di sfondo, tutto questo per raggiungere lo scopo della speculazione per fare guadagnare i big dell'industria del potere reggente. La televisione è stata una grossa scoperta, come del resto la scissione dell'atomo. Chi ha fatto le suddette scoperte, non pensava che le invenzioni fossero impiegate come mezzo di distruzione; non si sognava neanche lontanamente che la televisione arrivasse a condizionare le persone creandogli una distorsione della realtà, mutando il concetto estetico dell'arte e del pensiero permettendo la formazione di un'io artificiale. Quando osserviamo in certi luoghi d'arte opere rappresentanti oggetti di consumo o oggetti di arredamento derivato dal condizionamento dei mezzi d'informazione, non ci troviamo davanti ad un opera d'arte, ma ad un surrogato del mezzo d'informazione, le opere sono arrivate lì solo perché gli stessi esperti che le hanno scelte sono rimasti plagiati dai mercati o dal relativo mercante che ha interessi sul mercato. Non credo che l'arte sia morta come dicono certi storici dell'arte, perché finché l'essere umano avrà dei contenuti interiori da esprimere, l'arte non correrà il rischio di morire. L'artista deve avere risolto il proprio "io interiore" per esprimere il contenuto intimo. Chi risolve l'Io interiore, s'illumina, mentre chi non lo risolve brancola nel buio. I maestri per la mia formazione artistica sono stati i seguenti: i primitivi, Bosch. Brueghel. Leonardo Da Vinci, P. Cezanne, P. Picasso, Kandinsky, P. Klee, J. Mirò ecc. Già nel 1974 facevo bassorilievo; evidentemente sentivo l'esigenza scultorea. Il mio desiderio era uscire fuori della tela per invadere l'ambiente circostante ed aggiungere così alla pittura anche la materia, che è stata sempre la mia aspirazione. Esistano degli pseudointellettuali che si atteggiano a fare i diversi, i quali dicano di lavorare in équipe come nel campo scientifico per uniformarsi alla collettività, ma così facendo l'artista perde la sua individualità creativa e diviene irrimediabilmente parte di un programma collettivistico. Un vero artista non dovrebbe atteggiarsi a fare l'intellettuale con barbe patriarcali o stravaganze esibizionistiche, perché egli E'. Voglio sperare di essere riuscito a spiegare il mio modo di rappresentare la (mia arte) e ringrazio le persone che gentilmente hanno visto questa mostra su INTERNET.

 

Marzio Tinti.